di Nicola Fusco

Ometto di perder tempo e fatica ad analizzare come oggi si configuri, “perlopiù”, la prostituzione, in quanto è cosa sufficientemente notoria.

L’interlocutore intellettualmente onesto non utilizzerà questa omissione per paventare una mia presunta insensibilità (o peggio, connivenza) a tutti gli aspetti deteriori che la questione porta con sé.

Venendo al dunque, la questione si articola su due “corni”: quello “fattuale” e quello “ontologico”.

In realtà, avrei voluto trattare solo l’aspetto ontologico: non sono io quello che risolverà il problema della prostituzione nel mondo, per cui, una dettagliata analisi dell’aspetto fattuale, in fondo è tutta fatica sprecata (e neppure ne sarei capace!); invece, l’aspetto ontologico mi frulla nel cervello da oltre quarant’anni, senza che mai nessuno mi abbia saputo illuminare…

(Come mai un dodicenne si ponesse problematiche “ontologiche” sulla prostituzione, sarebbe una digressione anche simpatica, ma un po’ lunghetta…)

Affrontando in primo luogo l’aspetto ontologico, è ovvio che non si debba affrontare la prostituzione in un’ottica sessista, razzista, nazionalista o classista…

Ridotta all’osso, la motivazione di chi ritiene che la prostituzione non si possa “ontologicamente” configurare come uno qualsiasi dei mestieri che l’essere umano sia titolato ad esercitare, consiste nel fatto che sarebbe un mestiere che necessita di una persona vessata da: violenza psico-fisica, ignoranza, necessità economiche; solo di chi non fosse minimamente soggetto a violenza psico-fisica, ignoranza o necessità economiche, si potrebbe dire che “decide liberamente” di intraprendere una tale professione. Ma questo non si ritiene possibile che avvenga, o in subordine, che avvenga in un numero così esiguo di casi da essere irrilevante, rispetto alla decisione di vietare un tal mestiere.

Ora, ciò che già all’età di dodici anni era impenetrabile al mio intelletto, è questo: ma se uno è pienamente libero, colto e benestante, c’è il fondato rischio che non veda di buon occhio il fatto stesso di lavorare… e comunque, se costui dispone di tutta questa libertà di scelta, opterà mai di andare a fare il droghiere? il bigliettaio? lo sportellista bancario? il fognarolo? “l’operatore ecologico”? il minatore? il raccoglitore stagionale di pomodori? lo schiavetto del telefono in un “call centre”? il friggi-patate e gira-hamburgher nel Mac Donald?

La questione “ontologica” non verte sulla maggiore o minore “equivalenza” tra i vari mestieri “meno appetibili” (eufemismo!), ma sul concetto stesso di “piena libertà di scelta”, che, nella nostra realtà attuale è palesemente insostenibile ed inesistente.

Se la questione fosse davvero che un mestiere “accettabile” sia solo quello che uno “vuole fare”, senza che vi sia alcun’altra considerazione a “pressarlo”, saremmo nel caos!

(Anche dove vigono “redditi di cittadinanza”, il disoccupato è tenuto, ad un certo punto, ad accettare il lavoro che gli venga proposto…).

Forse, se la razza umana riesce a durare altri cinquant’anni, coi progressi dell’IA, è probabile che possa scomparire la quasi totalità dei mestieri sopra elencati, ma per ora direi proprio di no.

Inoltre, la prostituzione “liberamente intrapresa” (non certo quella “sotto caporale”), rispetto a tutti i mestieri citati, ha il non piccolo vantaggio di avere una remunerazione assolutamente imparagonabile: in alcuni casi si può guadagnare in un giorno quello che un minatore, giocandosi i polmoni, guadagna in un mese…

Scendendo un po’ più sul fattuale, è chiaro che, anche ritenendo plausibile questa impostazione, il primo e principale problema rimane il riuscire a contrastare efficacemente chi lucra illecitamente su questo “commercio”, perché “caporaleggia”, esercitando violenze fisiche e psichiche. In piena “analogia” (non “equivalenza”) a tanti altri ambiti lavorativi, i problemi sono l’illecita estrazione di plus-valore e le varie forme di “mobbing”, che da sempre i papponi/caporali esercitano impunemente, e che vanno stroncati, se si vuole che si possa serenamente prostituirsi, o cogliere pomodori, o anche solo lavorare in un ufficio senza rimetterci la salute.

Un altro aspetto è come ci si proporrebbe di metter mano, con modalità meramente “proibizionistiche”, ad una problematica sociale di tale rilievo e diffusione…

Una problematica che vede una così forte domanda, una così forte offerta, dei così forti interessi, così fortemente innervati nell’establishment sociopolitico…

ma non entro nel merito, non essendo sufficientemente informato. Dico solo che mi sembra molto difficile, e che ponga problematiche collaterali, tra cui la principale direi che sia questa: di fronte a situazioni di reale necessità, lo stato che si arroga il diritto di reprimere questa “libera intrapresa”, vuole/può fornire una qualche alternativa? o la “soluzione” è che chi si prostituisce si trasformi in ladro?

Ho lasciato per ultimo un argomento che, nel 2016, penserei fosse ormai estinto, ed invece… alludo al retaggio cattolico! la “mercificazione” di un corpo che dovrebbe essere considerato “un tempio sacro”! una sessualità che dovrebbe essere ancor più “sacra”! la sessualità vista come “l’io più profondo” della persona! la “purezza dell’anima” reinterpretata come “purezza dei sensi”! un mero “strofinio genitale” visto come più esiziale del respirar carbone, amianto o altri elementi!

Veramente, mi cascano le braccia, e tutta una serie di altri attributi…

Non dico che, anche nelle condizione più ottimali, farsi una strofinata (che di questo si tratta) sia una festa, ma ancor meno “festaiole” mi appaiono tutta una serie di attività che, invece, vengono ritenute perfettamente accettabili…

E, relativamente alle condizioni “non ottimali”, è proprio su quelle che si dovrebbe intervenire, per quanto possibile, e non illudersi di poter cassare in toto una attività che ha “radici” dell’età dell’uomo…

Avrei finito, ma, poiché mi piace giocare all’antilogista, mi era sovvenuta una possibile argomentazione contraria, e ti avevo promesso, “sportivamente”, di offrirtela; ma, ripensandoci, mi appare decisamente improponibile: in sostanza, si trattava di porre in discussione l’accettabilità o meno del sesso a pagamento ponendolo in analogia alla vendita di organi, che, come saprai, viene considerato essere un qualcosa non nelle disponibilità neppure del loro stesso proprietario…

La cosa ha un certo rilievo retorico, ha una sua certa suggestione, ma alla fine ci si rende conto che è una analogia davvero un po’ troppo forzata!

Addendum: Ad ulteriore riprova che l’oggetto centrale del mio interesse è la questione ontologica, ho dimenticato addirittura anche solo di citare una delle “colonne portanti” di chi argomenta in favore della legalizzazione della prostituzione!

Intendo alludere, proporzionalmente all’espansione dell’area di legalizzazione, allo spostamento di miliardi di Euro, dalle tasche delle organizzazioni criminali, alle casse dello Stato, sotto forma di tasse sull’attività in questione…