di Giuseppe Ardizzone

La capacità di gestire in modo nuovo e potente le categorie del tempo e dello spazio.

È questa la suggestione suggerita da “Arrival”, un film del regista canadese Denis Villeneuve, con Amy Adams e Jeremy Renner, , basato sul racconto Storia della tua vita di Ted Chiang, presentato il 2 settembre 2016 in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia,  che ha ottenuto 8 candidature ai Premi Oscar.

È questo forse il dono che, attraverso l’accostamento e la comprensione del loro linguaggio, gli “alieni” desiderano comunicare al genere umano.

È la protagonista Louise Banks, linguista di fama mondiale, che riuscirà, proprio grazie a questo regalo ed alla comprensione dei messaggi linguistici dei due extraterrestri con cui cerca un contatto (ridefiniti scherzosamente “Tom” e Jerry”), ad evitare una guerra fra il pianeta terra e gli alieni, arrivati con ben dodici strane astronavi sparse a toccare le diverse aree geografiche del nostro mondo.

Louise ci spiega, infatti, che esiste una teoria, l’ipotesi Sapir-Whorf, secondo la quale il linguaggio è in grado di influenzare i nostri pensieri, “riprogrammando” la mente. In questo modo, grazie all’apprendimento della lingua degli alieni, riuscirà in qualche modo ad avere visioni del futuro che le permetteranno di interagire diversamente con il presente, valorizzandone gli aspetti o cercando di modificarlo positivamente grazie all’utilizzo delle informazioni acquisite.

Indubbiamente, la capacità di attraversare lo spazio e gli anni luce, da parte di qualunque astronave o mezzo di trasporto non meglio identificato che arrivi sul nostro pianeta, pone in discussione le nostre concezioni delle categorie del tempo e dello spazio.

La suggestione, che personalmente non mi convince, è che questo possa accadere alla stessa singola unità di percezione umana. Vale a dire, è difficile immaginare che per la percezione della singola persona possa variare il concetto di prima e dopo e dell’avanti e indietro, pena la difficoltà di comprensione della stessa realtà. Lo stesso regista ci mostra la difficoltà e diversità emotiva di vivere le conseguenze di questa percezione da parte dei due protagonisti.

Villeneuve prova a ad immaginare esempi di questa possibilità nel film che ci propone, specialmente per quanto riguarda la dimensione temporale. Questa dimensione dell’eternità della vita, la possibilità di vederla in un attimo dall’inizio alla fine da un altro punto di vista più lontano, somiglia molto al concetto di onniscienza dell’eternità divina che faticosamente cercavano di spiegarci i religiosi quando ci raccontavano che Dio conosce già il nostro futuro perché Egli esiste in una dimensione eterna al di fuori, appunto, delle categorie di tempo e di spazio puramente umane.

La suggestione che tutto questo possa essere gestito con maggiori poteri da altre forme viventi e che possa essere oggetto di comunicazione nei nostri confronti può risultare suggestivo, ma, alla fine, poco capace di trasmettere una vera emozione.

È di questi giorni la notizia della scoperta di un sistema solare molto simile al nostro alla distanza di circa quarant’anni luce e con almeno tre pianeti con possibili condizioni di vita simili alle nostre, che ruotano attorno ad una stella simile al nostro sole.

Guardando il film non è stato possibile non pensarci e non immaginare la possibilità che esistano altre forme di vita.

 Quali saranno le loro caratteristiche? Quali i contenuti della loro cultura?