A partire dalla seconda metà del XIX secolo, i Paesi che avevano conseguito un solido sviluppo economico e nei quali era cresciuto il capitalismo “finanziario”, avvertivano il bisogno di espandersi verso territori d’oltremare per impossessarsi delle materie prime necessarie alle loro industrie, per conquistare e controllare nuovi mercati dove collocare la loro produzione eccedente e per creare opportunità di investimento per gli ingenti capitali finanziari che non trovavano impiego nel paese d’origine.

In Africa era stato aperto nel 1869 il canale di Suez. Insieme allo sviluppo della navigazione a vapore il canale ebbe un ruolo decisivo sui commerci mondiali e contribuì ad aumentare la penetrazione europea in Africa, specialmente orientale, e in Asia.

Nasceva una nuova forma di colonialismo che, a differenza del passato, mirava sia al totale sfruttamento economico dei paesi colonizzati sia al loro controllo territoriale. Questo nuovo colonialismo era un aspetto del montante imperialismo consistente nella sostanza, al netto di ogni retorica, nella volontà di un Paese di imporre la propria egemonia su altri paesi per sfruttarli dal punto di vista economico.

Negli anni tra il 1850 e il 1870 una serie di spedizioni guidate da esploratori come David Livingstone, Henry Stanley, Pietro Paolo Savorgnan di Brazzà, avevano consentito una migliore conoscenza dell’interno del Continente, di individuare le sorgenti del Nilo e il percorso dei fiumi Congo, Niger e Zambesi.

Gli Europei stabilivano  colonie e protettorati, imponevano e sostenevano governi-fantoccio locali. La gestione delle risorse e dei nuovi mercati non era più soltanto un affare di privati e compagnie ma veniva sostenuta fortemente dagli Stati “madrepatria”, finanziata con fondi pubblici e amministrata attraverso appositi apparati. E su tutto vigilavano gli eserciti.

Ben presto sorsero però contrasti tra i colonizzatori e per questo nel 1884-1885 a Berlino, per iniziativa di Ottone Von Bismarck, cancelliere tedesco, si svolse la conferenza delle potenze europee che ufficialmente doveva occuparsi della libertà di commercio nel bacino e nella foce del fiume Congo e nel bacino del Niger e della definizione delle formalità da rispettare per la presa di possesso o il mantenimento di colonie sulle coste africane.

Bismarck invitò tutti i Paesi che già avevano interessi in quei territori, e cioè Gran Bretagna, Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Spagna. Inoltre furono invitati gli USA, l’Austria-Ungheria, la Svezia, la Danimarca, l’Italia, l’Impero Ottomano e la Russia. La conferenza chiuse i lavori il 26 febbraio 1885.

Furono fissate due aree di commercio libero. La prima, detta del “Bacino del Congo e dei suoi affluenti”, si estendeva dall’Oceano Atlantico fino ai Grandi Laghi; la seconda, detta “Zona marittima orientale”, si estendeva dai Grandi Laghi all’Oceano Indiano. Si stabilì la libera navigazione anche per il fiume Niger.

Nasceva lo Stato Libero del Congo, praticamente regno privato di Leopoldo II del Belgio che lo governerà attraverso i suoi concessionari con un regime basato sul terrore fino a quando  nel 1908 il parlamento del Belgio decise di rilevarne l’amministrazione e di porre fine alle persecuzioni nei confronti dei nativi.

Africa dopo la conferenza di Berlino
L’Africa dopo la conferenza di Berlino. Le aree in giallo sono ancora libere dal colonialismo. Encyclopaedia Britannica, 1890

Tornando alla conferenza, l’atto finale (non ratificato dagli USA) stabiliva che la potenza che avesse preso possesso di un tratto di costa, per considerarlo propria colonia, doveva metterne a conoscenza gli altri firmatari e aveva l’obbligo di dimostrare l’esistenza dell’autorità sufficiente per far rispettare i diritti acquisiti.

In realtà quasi tutti i tratti costieri del continente erano già occupati. Tuttavia, dopo i lavori della conferenza, si affermarono in diplomazia concetti come la Sfera di influenza e l’Hinterland,  per cui una potenza con insediamenti sulla costa aveva diritto all’entroterra adiacente fino al confine con i possedimenti di un’altra potenza.  Il principio non era nuovo ma per la prima volta fu codificato e le “sfere d’influenza”
furono approssimativamente indicate.

Tali concetti consentirono alla Germania di vedersi riconosciuto il suo impero coloniale che comprendeva Togo, Camerun, Africa del Sud Ovest e il protettorato dell’Africa Orientale che diventerà colonia nel 1891.

La Francia si vide riconosciuta l’autorità sulla riva destra del fiume Congo.

L’accordo raggiunto imponeva ai contraenti il rispetto delle regole del libero mercato nei rapporti reciproci e nella gestione delle risorse delle colonie.

Anche questioni di carattere umanitario vennero affrontate dalla conferenza. Le missioni religiose e scientifiche furono poste sotto protezione e venne confermato il divieto di tratta degli schiavi. La schiavitù divenne illegale, ma continuò ad essere praticata in tutta l’Africa.

Da quel momento le varie potenze, ma soprattutto Francia e Gran Bretagna, si contrastarono per l’occupazione di nuovi territori all’interno del continente africano, dando vita a una corsa all’occupazione di territori che in inglese venne chiamata Scramble for Africa (lo sgomitare per l’Africa).

E infatti nel giro di pochi anni le potenze europee sgomitandosi a vicenda si spartirono l’ottanta per cento del territorio africano. Protagonisti furono soprattutto Francia e Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Belgio, Spagna e Italia.

Ai fattori economici si sommavano fattori ideologici come  la presunta missione civilizzatrice  cui gli europei erano chiamati, e la presunta inferiorità di razza degli africani (soprattutto di pelle nera) sostenuta anche da una parte del mondo intellettuale, inclusi ambienti scientifici o pseudoscientifici.

Nei paesi dominati gli europei imponevano i loro modelli culturali, politici e istituzionali.

Un ruolo importante nell’occupazione dell’Africa lo ebbero i missionari cristiani, molto presenti  anche nelle fasi precedenti.

Conferenza di Berlino
Conferenza di Berlino

La divisione del continente africano, oltre ad essere una prepotenza, fu fatta nella totale indifferenza per le caratteristiche storiche, culturali, antropologiche, economiche dei popoli che vi abitavano. Il criterio era soltanto quello degli interessi dei colonizzatori e dei loro accordi che seguivano le coordinate geografiche, il corso dei fiumi, le rive dei laghi e l’orografia, l’ubicazione di determinate risorse da sfruttare. In questo modo popolazioni omogenee vennero divise, mentre altre, spesso storicamente rivali, vennero costrette a convivere, scatenando contrasti sanguinosi che in molti casi continuano ancora oggi.

Giuseppe Picciolo

Fonti

Robin Brooke-Smith, The Scramble of Africa ( Documents And Debates), Macmillan Education UK ( 1987)

Foundation for Africa (a cura di), documento: La Spartizione dell’Africa (Conferenza di Berlino 1884-1885) , 2013

Robert Brown, The story of Africa and its Explorers, CASSELL AND COMPANY LIMITED, London, 1892

Web

https://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Berlino_(1884)

https://it.wikipedia.org/wiki/Spartizione_dell%27Africa

http://www.sapere.it/sapere/enciclopedia.html