di Giuseppe Ardizzone

Aspromonte – La terra degli ultimi è un film (2019 ) diretto da Mimmo Calopresti.

Africo questo piccolo “non paese” dell’Aspromonte calabrese, in provincia di Reggio Calabria, è forse  il simbolo di quello che il Sud non doveva e non deve essere : un luogo per troppo tempo abbandonato dall’interesse delle classi dominanti, dove la popolazione ha vissuto e vive spesso in condizioni miserevoli, dove vi è uno sporco interesse e quasi una connivenza silenziosa fra il potere della criminalità organizzata e quello della classe politica perché tutto rimanga immobile, così che nell’arretratezza e nella miseria diventi più facile il controllo del territorio.

Dobbiamo ringraziare il regista, di origini calabresi, Mimmo Calopresti per aver portato sullo schermo gli avvenimenti che sconvolsero la vita di questo paese e dei suoi abitanti nel dopoguerra, ispirandosi al libro  di Pietro Criaco  “ Via dall’ Aspromonte”.

La storia , ambientata nei primi anni del dopoguerra, ci viene in gran parte raccontata con gli occhi  di Andrea , un bambino di Africo,  figlio  del protagonista Peppe ( interpretato da Francesco Colella) che, dopo aver perso la moglie  per la mancanza di un medico condotto in paese e dopo aver a lungo protestato insieme a tutti gli abitanti del paese con le autorità,  proverà a costruire autonomamente, insieme ai suoi compaesani, una strada  di collegamento con i paesi costieri più evoluti.

La strada  è il passaggio reale per la realizzazione della rottura dell’isolamento in cui vive il paese di Africo. È la condizione per entrare in rapporto con altra gente  e culture .

 Per avere  accesso ai servizi  medici e per sperare nell’arrivo anche dell’elettricità e di nuove opportunità di lavoro.

Nel corso del film, viene richiamato l’avvenimento del reportage e successiva pubblicazione sul settimanale “ L’Europeo”  realizzato ad Africo nel 1948 dal giornalista Tommaso Besozzi , corredato dalle fotografie scattate  da Tino Petrelli. Nel corso dell’articolo, Besozzi  affermava che le condizioni di vita del paese erano ferme a quelle descritte vent’anni prima  dallo studioso del Meridione Zanotti Bianco  che ne aveva parlato in questi termini: “ un paese  annidato su case diroccate a causa  del pregresso terremoto, isolato geograficamente, afflitto da tasse indiscriminate e da malattie,  privo di medico, di aule scolastiche (le lezioni si svolgevano nelle stanza da letto della maestra) e dove gli abitanti si nutrivano di un immangiabile pane fatto con lenticchie e cicerchie.

Anche questa immagine dell’attività encomiabile della maestra viene mostrata nel film dove il ruolo viene interpretato da Valeria Bruni Tedeschi.

Il film ed il romanzo da cui è tratto ci raccontano del tentativo di ribellione  e di richiesta di attenzione degli abitanti di Africo, legato alla costruzione della  strada  che avrebbe finalmente collegato il paese al resto del mondo; ma,  con crudezza, ci mostra anche come  contro questo tentativo,  con modalità diverse, si siano mosse le autorità e le forze dell’ordine da una parte e il potente malavitoso ( Don Totò, interpretato da Sergio Rubini)  dall’altra.

 E’ una storia che appare senza speranza  agli occhi del giovane Andrea che, alla fine, insieme al padre e agli altri abitanti di Africo dovrà abbandonare il Paese in cerca della sopravvivenza altrove, proprio mentre una devastante alluvione  distruggerà il paese.

E’ quell’alluvione del 1951 in seguito alla quale le autorità comunque presero il provvedimento dell’evacuazione totale del paese.

Dopo molti anni Andrea , ormai anziano ritornerà nei luoghi della sua infanzia  e ritroverà un libro  a lui dedicato da un abitante di Africo detto “u poeta” ( interpretato da Marcello Fonte) : Ricorderà le sue parole di quando un giorno, proprio di fronte alla pesantezza della realtà che li circondava “ U poeta” lo aveva invitato a non smettere mai di “ sognare” ,perché il sogno ci porta verso la vita e la possibilità di cambiare la realtà opprimente che stiamo vivendo.

Nella realtà storica  le traversie di  Africo e della sua gente continueranno  dal 1951 ai giorni nostri , con non poche difficoltà.

 Dopo aver vissuto per molti anni come dei profughi, i paesani  torneranno ad abitare  “Africo Nuovo”  solo all’inizio degli anni ’60. Posto in una zona nuova rispetto al vecchio paese i suoi abitanti dovranno vivere ,di  fatto, di aiuti assistenziali. Avevano perso le loro attività agricole , molti erano emigrati e le maggiori fonti di reddito erano costituite  da sussidi di disoccupazione e rimesse emigrati.

Le lotte e le manifestazioni di protesta della popolazione continuarono a infiammare il paese, ma la risposta delle autorità fu quasi totalmente di tipo repressivo. Nel frattempo, come se non bastasse,  già dagli anni settanta  crebbe l’importanza ed il potere, in tutta la zona, della  ‘ndrangheta.

Film come questo sono importanti per ricordarci le tante situazioni difficili presenti nel nostro Paese.

Situazioni e problemi che richiedono una  continua attenzione ed impegno da parte di tutta la società civile perché non vengano dimenticate ed abbandonate.

Il film ha ottenuto la candidatura  al Globo d’oro 2020  per la migliore musica  a Nicola Piovani  e per la migliore fotografia  a Stefano Falivene; mentre, è stato vinto il Globo d’oro da Valeria Bruni Tedeschi come migliore attrice.

Il regista Mimmo Calopresti  ha ottenuto il Nastro d’argento  2020  della legalità.