di Giuseppe Ardizzone

Dopo la caduta di Zine El-Abidine Ben Ali ,in seguito alla  Rivoluzione dei Gelsomini,   la Tunisia è stato l’unico paese, fra quelli interessati dalla cosiddetta primavera Araba, a riuscire a portare avanti un processo reale di democratizzazione.

Ciononostante,  la società tunisina è sempre afflitta da una  crisi economica e sociale   con gravi conseguenze sulle possibilità occupazionali dei giovani e sul tenore di vita della popolazione, mentre la minaccia  di un sempre  più violento movimento jihadista condanna il Paese allo stato di emergenza dal 2015.

C’è stato , comunque, un tentativo di combattere la corruzione che affliggeva il Paese e sono state ottenute  importanti conquiste sul fronte dei diritti, in particolare delle donne e delle minoranze , oltre che nel campo istituzionale.

All’interno di questo quadro Selma Derwich, psicanalista di 35 anni protagonista  del film  “ Un divano a Tunisi”,  decide di lasciare Parigi, dove vive insieme ai suoi genitori emigrati dalla Tunisia, per aprire un proprio studio alla periferia di Tunisi, dov’è cresciuta prima di partire per la Francia.

In questo nuova situazione sociale , Selma ritiene di potersi reintegrare nella società tunisina offrendo la sua professionalità  per aiutare le persone che la circondano. Desidera  aiutarli  a liberare il proprio animo, imparando ad esprimerlo liberamente e contribuendo, anche in questo modo, ad una reale democratizzazione  e liberalizzazione del tessuto sociale , superando i condizionamenti religiosi e del conformismo.

Nell’offrirci la visione dei questa storia la giovane regista e sceneggiatrice del film  franco-tunisina Manele Labidi Labbé, al suo primo lungometraggio, sceglie la strada di una leggera e piacevole ironia . Questo, sia nel trattare i vari aspetti della società tunisina che nella presentazione dei pazienti della giovane psicanalista e delle loro problematiche.

 L’ironia e la commedia non diminuiscono, tuttavia, la pesantezza delle difficoltà che la protagonista  si trova ad affrontare sia nei rapporti con le istituzioni che con le altre persone a lei vicine. Nel momento cruciale del film quando la protagonista  entra in una situazione di stallo simile a quella di chi ha forato le ruote della propria auto in una strada  isolata e con grandi difficoltà di contatti con il mondo esterno, in suo aiuto  arriverà il fondatore stesso della Psicoanalisi ,Sigmund Freud, a bordo di una autovettura .  Questa parte simbolica e di centrale importanza, in cui la protagonista  fonderà realtà e introspezione in un ‘unica visione onirica,  avrebbe forse avuto bisogno di una maggiore chiarezza, per consentire a tutti gli spettatori di coglierne a pieno la rilevanza e la dinamica.  

Dopo questo momento ,  ritrovata la sua direzione di vita,  Selma Derwich  parteciperà con rinnovato amore ed autenticità personale al ruolo professionale ed umano che ha scelto all’interno della società tunisina, la quale, inaspettatamente, è più capace, di quello che crediamo, di crescere  e migliorarsi.

La protagonista Selma   è ben  interpretata dall’affermata attrice di origine  iraniana  Golshifteh Farahani  che abbiamo già potuto osservare  anche in film di successo come  Pirati dei Caraibi- La vendetta di Salazar , e che le offre il suo volto interessante , le sue emozioni  ed una bella dinamicità.

Interessante anche la presenza di Majd Mastoura  nei i panni dell’ispettore di polizia, che indaga sull’attività di Selma, e di Hichem Yacoubi ( nel ruolo del panettiere  Raouf).

Il film è risultato vincitore del premio del pubblico alla mostra del cinema di Venezia 2019.

Per lo spettatore  italiano è stata una bella sorpresa  ascoltare nella colonna sonora  due canzoni di Mina : “  La città vuota” all’inizio del film  e “ Io sono quel che sono”  alla fine.

 Testimonianza dell’interesse e dell’amore della regista per la musica italiana.