di Alberto Rotondi

Queste parole di David Grossman, che tra l’altro ha avuto un figlio morto in un combattimento mentre era sotto le armi, possono forse aiutarci a capire meglio quello che sta succedendo in Israele.

“Chi per anni ha sostenuto il dialogo è stato delegittimato dall’assenza di risultati ed è visto come un traditore. E da entrambi i lati, crescono solo gli elementi più violenti ed estremisti.

Si nutrono l’uno dell’altro: ogni volta che c’è un conflitto lo usano per legittimare le loro posizioni estremiste. (…) Dal 2006, tutte le operazioni militari nascono da un accumularsi di minacce, rabbia, frustrazione: ad un certo punto scoppia e ci troviamo improvvisamente nel mezzo di una guerra.

La spiegazione logica è questa, ma non basta per smettere di chiedersi come sia possibile che dopo tutti questi anni siamo ancora prigionieri di questo circolo vizioso, senza che si intraveda una via d’uscita. (…)

Ma questa volta c’è un elemento diverso: gli scontri tra cittadini arabi israeliani e cittadini ebrei israeliani.

Quando parliamo di arabi israeliani, ci riferiamo ad un quinto della popolazione israeliana.

Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato nazione degli ebrei e che fa degli arabi cittadini di serie B. o al bilancio dello Stato, che non stanzia mai per queste comunità fondi sufficienti.

E’ come se facessimo qualunque cosa possibile per provocare i palestinesi e dimostrare loro quanto siamo forti noi e quanto sono deboli loro.

Oggi la società israeliana è a rischio.

Se non riusciremo ad arrivare a uno Stato in cui le due comunità si sentiranno a casa, perfettamente uguali, avremo perso tutti.” (Dall’intervista a David Grossman, “La Repubblica”).