di Alberto Rotondi

Il passato
Ho partecipato nel 2007 alla nascita del PD. Ricordo quello che ci siamo detti allora: il PD nasce dall’incontro di tre esperienze, i socialisti-excomunisti, i cattolici progressisti ed i liberal-democratici. Dobbiamo chiederci non da dove veniamo, ma dove vogliamo andare tutti insieme. La frammentazione del quadro politico in tanti partiti medio-piccoli e il sistema proporzionale hanno reso l’Italia ingovernabile e condannata ad un inesorabile declino. Cerchiamo di fare un partito nuovo che diventi un polo di riferimento politico della sinistra e di governabilità in un sistema maggioritario.
E ancora: il PD non deve essere un partito moderato, ma un partito che cambia il paese facendo drastiche riforme. Il modello iniziale era quello delle socialdemocrazie del Nord Europa che ancora adesso, come tutele sociali e diritti, sono alcuni decenni avanti a noi.
Poi sono successe tante, troppe cose, che hanno impedito il realizzarsi di questo progetto. Ne elenco alcune, tra le più importanti.
Veltroni ottiene il 33%, non sufficiente per sconfiggere Berlusconi. Il PD non ottiene mai una maggioranza che gli consenta di governare da solo. Il no referendario al progetto maggioritario legato alle riforme istituzionali, proposte dalla commissione dei 33 saggi di Napolitano e maldestramente fatte proprie da Renzi, segna probabilmente la fine del progetto maggioritario, a meno che qualcuno non riproponga con forza quelle riforme, le uniche che potrebbero farci uscire dal manicomio in cui ci troviamo e dare al paese governi chiari e stabili.
A livello di base, almeno nella mia esperienza, l’amalgama tra le vari componenti del PD bene o male è andato avanti. Ho visto votare dalle stesse persone quelli che oggi chiamiamo renziani, o ex comunisti, o liberal democratici indifferentemente, considerando la persona e l’incarico da svolgere, non la provenienza. La prova è nelle primarie degli iscritti: prima Renzi al 70% per due volte, poi Zingaretti al 70%. Ed erano gli stessi elettori! Al vertice, invece, l’amalgama non si è mai realizzato. I dirigenti PD appaiono non un partito, ma una federazione mal riuscita di correnti, e il segretario che viene eletto tende più a trasformare il PD nella sua corrente di provenienza che a procedere col progetto. Renzi ha fatto proprio questo grande errore, aumentando le divisioni nel partito, cercando di reciderne alcune radici, a fronte anche di alcune riforme positive di cui non dobbiamo assolutamente vergognarci, al massimo dobbiamo migliorarle.
Questo mancato amalgama purtroppo ora si sta trasferendo anche verso la base. Lo testimoniano le molte invocazioni alla epurazione di renziani, al ritorno del PD alla vera sinistra , spesso con termini osceni e linguaggio stalinista inaccettabile, che stanno invadendo i siti PD della rete. Queste invocazioni tradiscono il fine e gli obiettivi per cui il PD è nato.
Il futuro
Ora, col sistema proporzionale e il polo 5 stelle che si va formando, il PD si trova davanti a due strade.
La prima strada è finire il suo percorso, spezzarsi in due tronconi, diciamo quello liberal democratico che graviterà nell’area di Renzi, Calenda e Bonino (dico volutamente i nomi e non il partito, perché di nomi si tratta) e il secondo troncone, diciamo socialista, che si collocherà, forse con quel poco che rimane dei 5 stelle, nell’area di sinistra, rinunciando alla sua esistenza a nord del Po. Fine del progetto, sono passati invano e a vuoto ben 13 anni, l’Italia non ha fatto un passo avanti, anzi ha fatto alcuni passi indietro. Il declino, con l’immobilismo causato dal sistema proporzionale, continuerà inesorabilmente per anni e anni inghiottendo in una voragine il paese come lo conosciamo oggi.
La seconda strada è quella di rilanciare il progetto PD. Questo tentativo implica un programma e proposte concrete, chiare e la fine delle faide interne al partito. Il punto fondamentale è che nessuna componente deve rivendicare una propria posizione particolare come posizione del partito. Il PD può rimanere tale solo se confermerà la sua vocazione maggioritaria e la propria struttura nata dall’unione di componenti diverse. Alcuni punti fondamentali da proporre dovrebbero essere, ad esempio: riproporre con forza le riforme istituzionali dei 33 saggi, per andare verso un sistema maggioritario; rivedere leggi fondamentali che valgono ancora oggi, come la buona scuola e jobs act. Vietato storcere il naso: ad esempio il jobs act ha avuto il pregio di uniformare le tutele per tutti e separare i destini delle aziende da quelli dei lavoratori in caso di crisi; mancano però misure sufficienti per tutelare i lavoratori e seguirli nel loro percorso. Queste tutele sono indispensabili per andare oltre e meglio l’art.18. Ecco un esempio pratico di come si possono fare cose buone unendo le diverse anime del PD. E questo deve valere per tutte le cose da fare.
Può essere una impresa difficile, ma l’alternativa è semplicemente la fine del PD.