di Mario Pizzoli

Prendo spunto da un recente post di Carlo Calenda, quello che “gli altri son tutti stupidi, ce capisco solo io”, il quale ci informa che oltre il 13% dei giovani non va oltre la licenza media, e che poco meno del 50% di chi ha ottenuto il diploma “non ha competenze adeguate in italiano”. Situazione drammatica a cui “Carlo “ragazzo lasciami lavorare” Calenda vorrebbe far fronte con un aumento dell’età dell’obbligo scolastico fino a 18 anni.

Io credo che aumentare il numero di anni obbligatori di scuola abbia solo il risultato di creare ancora più dispersione e frustrazione.

Le ragioni per cui la scuola appare spesso inadeguata ad “educare” i ragazzi, a invogliarli ad allargare i propri orizzonti e prepararli ad un futuro produttivo e sereno, risiedono secondo me in molti fattori, tra cui non figura il basso numero di anni di coercizione scolastica.

1) A mio avviso occorre prima di tutti chiedersi chi siano gli “educatori”. Se chi deve preparare i nostri ragazzi alla vita futura sembra inadeguato a rispondere ai requisiti richiesti per il ruolo, difficilmente da quei corsi usciranno studenti preparati. Occorre selezionare meglio e monitorare costantemente la classe degli insegnanti, che devono, per qualifica, ma soprattutto per adeguatezza culturale ed etica, rispondere alle caratteristiche che il profilo richiede. Troppo spesso l’insegnante si ritrova demotivato o culturalmente impreparato ad ispirare e formare i futuri cittadini italiani. Gli insegnanti devono avere chiaro l’onere di essere portatori imparziali di cultura, di ideali alti, di socialità elevata, di rispetto del prossimo, spunti cui gli studenti devono essere esposti ogni giorno senza pesanti condizionamenti individuali. Agli insegnanti marcatamente manifesti riguardo alla politica, religione, sessualità, che quindi passerebbero messaggi “faziosi”, dovrebbe essere richiesta una messa a punto dell’equilibrio, per permettere si di discutere di idee diverse, ma sempre con il dovuto controllo. Chi invece si presentasse negazionista, estremista, o peggio razzista, dovrebbe essere allontanato. Per questo motivo, gli insegnanti, adeguatamente selezionati e preparati, dovrebbe essere meglio remunerati, come tutti i professionisti che ricoprano incarichi di particolare “rilievo” e considerati “delicati”. Non si può pagare un insegnante di ruolo come un passacarte del Ministero. Occorre motivare gli insegnanti ad elevare il proprio ruolo, con la prospettiva di un lavoro di soddisfazione e ben pagato. Se deve essere un ripiego perché non si trova altro, l’insegnante difficilmente troverà esaltante “perdere tempo” con i ragazzi

2) Altro tasto dolente è la programmazione scolastica. Se continuiamo a considerare la scuola obbligatoria come un crogiolo di nozioni su fatti e personaggi distanti dalla vita reale, difficilmente si potrà rendere la scuola interessante per i giovani. Il modo con cui si studia la storia, con cui si approcciano soprattutto i cambiamenti intervenuti nel mondo tra il 1800 ed oggi potrebbe non essere adeguato a capire dove si stia andando. Lo studio deve avere lo scopo primario di rendere i ragazzi buoni cittadini, ma questo prevede che i cittadini che si “educano” oggi, sono la classe dirigente o la borghesia, o il proletariato di domani. Ecco perché credo che la scuola debba non solo dire cosa sia successo nei secoli passati, se non per capire a) quali errori siano stati fatti e non ripeterli, e b) quale direzione il mondo nella sua globalità stia intraprendendo e dove sia nel momento in cui i giovani saranno parte di questo sistema. Studiare “religione” o “storia” o “geografia” (o italiano, greco, latino, matematica) senza finalizzarne la conoscenza, potrebbe ai più sembrare uno spreco inutile di tempo. Ma studiare storia delle religioni, lo sviluppo industriale, il susseguirsi geografico e storico dei diritti civili, le grandi guerre  moderne per capire come le frizioni geopolitiche stiano cambiando l’equilibrio mondiale possono essere fonte di spunti culturali molto maggiori.

3) La scuola e gli eventi cosiddetti culturali. La scuola, come istituto di formazione, non può prescindere dal confrontarsi con i grandi eventi culturali in giro per il mondo. Dal vivo, come e quando si può, o su internet, quando disponibili. E’ indubbio che passare un’ora di lezione d’arte a guardare insieme le pagine di qualche museo importante e discuterne i contenuti debba avere sui ragazzi un impatto decisamente maggiore che non una discussione fatta come lettura pur magistrale. Invogliare i ragazzi a vedere, leggere, discutere e interpretare l’arte può avere impatti positivi inaspettati e importanti. Allo stesso modo la scuola dovrebbe promuovere sistematicamente anche la presenza di esperti di medicina, di etica, di Costituzione, e storici che possano presentare gli argomenti in maniera alternativa, strutturale, e rispondere ai quesiti dei ragazzi.

4) Per ultimo la differenziazione scolastica. Fermi restando gli anni dell’alfabetizzazione, la scuola deve preparare i ragazzi alle professioni di domani. Ma per aiutare i ragazzi a scegliere da subito i propri indirizzi, magari assecondando meglio i propri istinti e talenti, la scuola dovrebbe fornire rudimenti professionali cui i ragazzi possano accedere anche in maniera differenziata dai corsi invece uguali per tutti. Chi ha talenti informatici, interessi di economia, o letterari, non deve perdere tempo in corsi approfonditi di altri indirizzi. Meglio è se si rendesse conto da subito se la propria strada prevede un futuro radioso come programmatore, o come poeta, o come ingegnere.

Il discorso è lunghissimo e articolato, ma la cultura non è solo funzione del tempo di studio, ma anche di ottimi programmi anche personalizzati che degli esperti educatori possono contribuire a costruire. Insomma, ridisegnare la scuola dell’obbligo e superiore a me sembra un must, non il semplice parcheggio dei ragazzi in attesa di un lavoro o di accedere all’Università