Ricordando  Catherine Spaak

di Angelo Pizzuto

Probabilmente “dirà” pochissimo, alle generazioni di fine novecento (e nuovo secolo), il nome di Catherine Spaak, spentasi a Roma dopo lunga e mai negata malattia, affrontata semmai con la schiettezza e il coraggio che forgiavano il suo carattere di donna bellissima, intelligente, ‘algida’ e spigliata secondo i contesti sociali, o di spettacolo, in cui sapeva di esibirsi.    Vi fu però un tempo (metà anni sessanta: la nostra adolescenza, il nostro ‘svezzamento’ grazie al cinema e al teatro) in cui lei e Stefania Sandrelli vennero elevate –dall’immaginario collettivo di certa Italia nazional\popolare post bellica- a icone di una sensualità ‘provocante’ e ‘proibita’, in cui malizia ed ingenuità apparente agitavano i sogni proibiti (e  miserendini)  del maschio peninsulare, per lo più frustrato, ipocrita, bacchettone specie nelle goffe circostanze in cui ambiva  ‘mostrarsi’ trasgressivo.

 Antropologia culturale? Non esageriamo, non nobilitiamo più di tanto vizi e vizietti di quell’eterno provincialismo che film quali “La voglia matta” e “Divorzio all’italiana” (le interpretazioni-locuzioni che resero celebri la Spaak e la Sandrelli) avevano reso corrosivi ed esemplari.  Accompagnati, fra l’altro, da qualche cantonata giornalistica, allorquando – in omaggio alla verde età di Catherine – più di un critico si trovò a classificarla “sorella vivace della Lolita” di Nabokov, probabilmente ignorando sia il fluviale romanzo (“lucidamente stremato e stremante”), sia l’icastica  trasposizione (in ‘arido’ bianco e nero) che Stanley Kubrick ne trasse per il cinema.  Transeat….

Nata in Francia nel 1945, proveniente da una agiata famiglia belga, nipote di un primo ministro e figlia di uno sceneggiatore caro a Feyder e Renoir, Catherine Spaak crebbe in un ambiente cosmopolita, stimolante conoscenza, esperienza, apprendimento: totalmente diverso dal ‘personaggio’ estemporaneo, opportunista, perfidamente innocente  ‘impostole’   dalla fiction cinematografica.

Dopo aver debuttato, a 14 anni, in un film francese di Jacques Becker (“Il buco”), ebbe inizio la sua lunga ‘liason’ con l’Italia, pronubo l’Alberto Lattuada de “I dolci inganni”  che, grazie a quel di “viso adolescente in un corpo di donna fatta  e procace” le affiderà il delicato, perturbante ruolo di Francesca, condizionando ma non pregiudicando  le  successive opzioni dell’attrice, incentrati sullo stereotipo di ragazza  vivace, spregiudicata  e debitamente esiziale -per certo genere di uomini “presi spietatamente per i fondelli”.  Persona “naturale e strafottente”, aggiungerei, traendo titolo e sintesi di una celebre commedia di Patroni Griffi. Con opportune variazioni d’ambiente e vicende,  ritroviamo quindi Catherine in tanti film eterogenei per qualità, fra la prima metà degli anni sessanta e l’inizio dei settanta: da “Diciottenni al sole” a  “Il sorpasso” (figlia smaliziata da Vittorio Gassman), da “La noia” a “La calda vita”, da “La parmigiana” a  “La bugiarda”. Sino al suddetto “La voglia matta” del discontinuo  (dissipatore del proprio talento) Luciano Salce: in cui la Spaak disegna il suo personaggio più emblematico ed enucleante, scorrazzata sul cofano di un’Alfa Romeo da un “rincitrullito” Ugo Tognazzi (magnifico-cocu) mandato ai matti da quella serafica ninfetta, che sa come ‘giocarselo’ con bastone e carota.

Cimentandosi come cantante (voce esile ma sensuale), l’attrice  fu scritturata dalla Ricordi per la ‘promozione’ nei varietà televisivi del sabato sera, dei quale fu spesso ospite. Vincitrice –nel 1964 – della Targa d’oro ai David di Donatello,  continua –non più teenager- a  lavorare con autori affermati e compiuti quindi “presenza ricorrente nella commedia all’italiana”  (“L’armata Brancaleone”, “Adulterio all’italiana”, “La matriarca”, “Certo, certissimo, anzi… probabile”), con personaggi che amalgamavano grande classe, lievi sarcasmi e striature di amarezza.  Fu così per “Una ragazza piuttosto complicata” di Damiano Damiani, “Break up” di Marco Ferreri, “La via dei babbuini” di Luigi Magni, “Cari genitori” di Enrico Maria Salerno.  Partecipando poi a “Febbre da cavallo” di Steno, “Io e Caterina” di Alberto Sordi, “Miele di donna” di Gianfranco Angelucci, “Claretta” di Pasquale Squitieri, “Il gatto a nove code” di Dario Argento.

Puntuale poi la trasferta  ad Hollywood, ove l’attrice sarà nel cast di  “Intrighi al Grand Hotel”, per la regia di Richard Quine,  film mediocre e di scarsi riscontri, tali da rendere quella statunitense una esperienza  isolata e presto archiviata nei meandri della memoria. Tanto da non parlarne più in conversazioni o interviste.

Attiva sia nell’ambito del teatro musicale, sia giornalistico Catherine Spaak collaborò con diverse testate (“Amica”, “Corriere della sera”, “Il Mattino”, “Sorrisi e canzoni”) su tematiche inerenti la condizione e l’emancipazione femminile  “sempre con alta classe e mai propensa alla polemica”- naturalmente dotata di affabilità e nessuna piaggeria da audience.

Deliziosa la sua “Vedova allegra” interpretata con il Quartetto Cetra per la regia di Antonello Falqui (reperibile nelle teche Rai), seguita da “Cyrano” di Modugno e Pazzaglia  e – dal nostro preferito- “Promesse promesse” di Neil Simon, recitata per tre anni  (sotto l’egida del Sistina di Roma) con Duilio Del Prete e Johnny Dorelli- che le  fu marito anche nella vita. Per una breve, congestionata stagione di sbrinate passioni-e altri ‘dolci inganni’ complementari.  Quando  twist, eserciti e ballo del mattone  coesistevano, si, ma musicarelli: come “l’esercito del surf” (però in Vietnam già si ballava altro).