di Mario Pizzoli

Si ok, è una semi-citazione, e non prelude alla stesura di un nuovo Manifesto, però, a distanza di un anno dalle politiche del 2023 forse è il caso di fare il punto.

Lo spettro che si aggira in Italia non è quello evocato da Marx, ma un’amalgama piuttosto informe, multiverso, e camaleontica, che per ora fluttua in bolle di sapone individuali, ma potrebbe palesarsi presto visti gli ultimi accadimenti politici.

Lo spettro in questione, è il liberalismo centrista identificato in maniere molto diverse a seconda della storia di ciascun potenziale candidato, ma che tende a volersi identificare in un partito liberale 2.0.

La congiunzione astrale segue diversi assi. Il primo, quello più rumoroso, è quello di Renzi. Abbandonate le vesti dell’eroe del centrosinistra, Renzi ha ormai iniziato ad essere piuttosto coerentemente un battitore libero di un centro sempre più spostato a destra, federatore in pectore di una santa alleanza contro “populisti e sovranisti”. Non è dato sapere chi siano, i populisti e sovranisti” che a volte diventano più specificatamente “sinistri”, ma non perché non si capisca chi siano gli avversari politici di Renzi, ma perché Renzi vuole far credere a chi lo ascolta e a chi lo legge quello che vuole l’interlocutore. Mai facendo nomi, chi lo ascolta pensa che in quella generica etichetta ricaschino a turno i “5stalle”, i “pidioti”, i “sinistri”, “il felpa”, “donna giorgia”, ecc, a seconda dell’ideologia politica che sottende. Giova ricordare che Renzi gode di idolatria ma al cui culto non corrisponde messe di voti: alle amministrative il voto pesato è 1.1%, nei sondaggi oscilla intorno al 2,5.

Poi c’è Calenda, che viaggiava intorno al 3, e sommandosi con +Europa (1,5) è arrivato inaspettatamente al 4,5%… Calenda appartiene alla schiera dei liberali “intelligenti”, cioè quelli per cui il resto dell’umanità è stupido, inetto e privo di capacità gestionali. E’ un po’ un Berlusconi 2.0, che immagina che l’Italia sia governabile attraverso una gestione aziendale, con subalterni che obbediscono senza fiatare alla sua “politica”. Politicamente inesistente, molto attivo sul piano tecnico, dannoso sul piano comunicativo per se e per gli altri. Come per Renzi, una volta uscito dal partito, si è guardato bene dal dimettersi dalla carica per cui è stato eletto, adducendo, come Renzi, che l’elezione era dovuto non a voti generici del PD ma preferenze specifiche. Come a dire, mi avrebbero eletto comunque, in qualunque partito fossi stato. Azione è al 3, IV al 2.5. Speranze vane.

Poi c’è l’asse dei “defilati di destra”, una messe di politici che guardando comunque a destra, si trovano a loro agio in un parterre di liberali di centrodestra. In casa Lega, dopo la disfatta di Salvini, sempre più debole, Giorgetti, governista, potrebbe compiere il salto e trasformarsi nel punto di riferimento imprenditoriale ed economico del terzo polo assieme a Marattin, che più liberale non si può. In casa PD, certo di non essere rieletto col partito, il senatore Marcucci potrebbe finalmente fare un coming out deciso e schierarsi col vecchio capo o comunque alimentare le fila dei nuovi liberali. In casa Forza Italia potrebbero essere in tanti ad abbandonare la nave di un Berlusconi sempre meno lucido, prima fra tutti la Carfagna, che la stessa Bellanova avrebbe accolta a braccia aperte in Italia viva. Ma anche altri battitori liberi potrebbero consorziarsi in una cooperativa liberalcentrodestrista. Ad esempio Flavio Tosi, ex Lega, oppure Pizzarotti, ex M5S, oppure Toti, il cui progetto politico del tutto fumoso e incomprensibile comunque porta poco più dell’1%. Peraltro Toti si è trovato alleato diretto di Renzi a Genova nel sostenere il candidato della destra Bucci. Renzi a Rieti ha sostenuto il candidato dell’estrema destra (FdI) dando conto del suo programma politico recondito.

Per ultimo, esiste un asse M5S. Un grandissimo punto interrogativo, e una massa di voti (33% nel 2018) sperperata in annunci inutili e grossolani, privi di visione politica e soprattutto privo di qualsiasi utilità ai fini del disegno che animò il Movimento all’inizio, lottare contro la casta. Diventato esso stesso casta, fa fatica oggi ad evolversi, tra tentazioni di ritorno alle origini, di partito governista e atlantista, di rompete le righe, con il risultato di non costituire più un alleato utile al e del PD, ma una massa informe di politici confusi e privi di visione del futuro. Molti di questi dovranno trovarsi un vero lavoro, perché saranno veramente pochi i/gli (ri)eletti. In questo marasma movimentista, è possibile che Di Maio ceda alla tentazione di formare un nuovo gruppo centrodestrista, magari dell’1%, che non si nega a nessuno. In fondo, l’abito della domenica e la cravatta scura, Di Maio l’ha sempre portati. Basta cambiare ancora un po’ e il gioco è fatto, ci si ritrova sulla sponda opposta, dopo una conversione a U.

Tutta questa eterogenea brancaleonesca armata potrebbe trovare la sintesi politica nel gioco alla sopravvivenza (nessuno di loro singolarmente è influente in proiezione alle politiche), nella visione draghesca della gestione dell’Italia (tutta economia, poca attenzione sociale) e in quel sogno che accomuna tutti i politici di centrodestra di riformare, ma in meglio, la DC per avere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. O più ragionevolmente, fare l’ago della bilancia nelle future maggioranze parlamentari. In tutto questo, il Partito Democratico farà bene a rinforzare la propria proposta politica, e l’asse con una sinistra finalmente ragionevole e non radicale, e non basarsi su un ipotetico quanto inutile “se no vince la destra” e tanto meno su un M5S che potrebbe, lo sta già facendo, squagliarsi tra le mani