di Mario Pizzoli

Come ogni genitore spera che i propri figli abbiano più di quanto abbia avuto e con minori sforzi, ogni società dovrebbe immaginare uno scenario in cui i cittadini abbiano qualcosa in più della generazione precedente, e con minori sforzi.
Può sembrare un’utopia, e non è, chiariamolo, sempre possibile, ma il dovere di ogni governo, nel tempo, è di offrire più lavoro e diritti ai cittadini, con minor sforzo possibile.
Capisco che la cosa suoni non solo ovvia, ma anche come se si chiedesse la fine della fame nel mondo, ma penso che da qualche parte occorra iniziare per cambiare il paradigma che oggi, nel 2022, ci porta a discutere se sia o meno “il momento giusto” per fare qualcosa di sociale, o se il reddito di cittadinanza sia o meno giusto, mentre ad esempio gli ammortizzatori sociali non vengono messi in discussione.
Ci sono molti piani di discussione, la maggior parte legittimi, per intavolare discussioni sui diritti sociali e del lavoro, ma una cosa occorre dirla: E’ SEMPRE un buon momento per migliorare le condizioni sociali dei cittadini.
Detto questo:
1) Diritti. Oggi la discussione verte su Ius Scholae e liberalizzazione della cannabis, ma sotto traccia riemerge, come sempre, anche l’attacco alla 194. In un passato recente oltre allo stop al DDL Zan, ci sono state ampie discussioni su altri diritti importanti come il diritto all’eutanasia, ad esempio, o la genitorialità mista. Una cosa appare chiara, anzi chiarissima: lo scontro non è sulla qualità di leggi che potrebbero regolamentare i comparti, ma tra chi vuole i suddetti diritti, e chi, contrario, non vuole che alcuno ne goda. Il bias è tutto qui. Non si discute di aggiustamenti, di mezzi di controllo, di accuratezza, ma di dare o negare i diritti ad alcuni. Molte sono state le reazioni alle discussioni, di solito inutili e strumentali, su come regolamentare l’argomento, tuttavia il lei motiv è sempre lo stesso: io sono contrario al tal “diritto”, e non solo non ne usufruirò mai, ma non voglio che nessuno ne fruisca. MAI. La protervia di chi si arroga il “diritto” di negare diritti ad altri è immensa. La presenza di una legge che regolamenti il divorzio o l’aborto testimonia che la conseguenza non è che aumentino entrambi, né che chi è contrario debba per forza essere costretto a farlo. Al contrario, da’ la possibilità a chi vuole o deve farlo di farlo in sicurezza o con regole certe ed equilibrate.
Il cambio di paradigma richiesto è proprio tutto qui: si parla di come dare, in maniera equilibrata, dei diritti a qualcuno, con la certezza che non tutti ne fruiranno, o ne debbano fruire o temere gli effetti. E’ uno shift culturale che la destra sembra non intenzionata a fare, ritenendo uno scenario bigotto, proibizionista e reazionario un suo feudo di potere in contrasto alla sinistra “permissiva e dissoluta”. Nessuna campagna per i diritti sarà veramente efficace se non si supera questo ostacolo culturale così spesso e “geneticamente” predeterminato.
2) il lavoro. C’è una cosa che mi ha sempre colpito nella nostra cultura, ora affievolito ma mai risolto: il mito del posto fisso, per esteso il mito di poter lavorare l’intera carriera lavorativa nella stessa azienda e facendo in genere lo stesso lavoro. Inutile generalizzare, ma il punto è che seppur allettante e soddisfacente, un lavoro continuato può mancare. Ed ecco il secondo shit culturale che è necessario che Governo e cittadini compiano per assicurare che l’art. 1 della Costituzione abbia maggiore e più concreto significato.
Se la nostra Costituzione ci dice che il nostro ordinamento è fondato sul lavoro, e chiarito che lo Stato non può assicurare il lavoro a tutti i cittadini abili a farlo, l’idea che lo Stato operi perché ci siano le condizioni per cui tutti i cittadini possano trovare un lavoro da maggiore significato al suddetto articolo 1.
Ma come si fa ad operare in tal senso?
Ad esempio diminuendo il costo del lavoro e tassando con maggior congruenza i redditi che derivino da capitali e non direttamente dal lavoro. Arrivare, almeno in EU, ad una forbice tra massima aliquota fiscale e minima (media tra i paesi) che sia più bassa possibile, rendendo inutile la relocation in altri Paesi EU a miglior sistema fiscale.
Ma due cose mi sembra che siano scomparse, o mai comparse nelle discussioni sull’economia e il lavoro: la programmazione, e la riconversione.
Non c’è alcun dubbio che oggi esistono mestieri che 5 anni fa neanche esistevano, e tra cinque anni mestieri che oggi sono presenti potrebbero sparire. Lo stato ha il dovere, avendo a disposizione mezzi di analisi sofisticati, di programmare il suo sistema industriale. Faccio un esempio banale: se oggi il problema è che metà del grano utilizzato in Italia (o UE fa lo stesso) proviene da un solo paese, la sua mancanza genera pesanti ripercussioni sulla manifattura e la produzione Nazionale. Allora forse occorre riprogrammare la produzione agricola che vada nella direzione di un’autonomia rispetto alle materie prime, ove possibile certo. La lezione della guerra in Ucraina sembra aver stimolato questa discussione nei riguardi dell’energia, ma non, come detto, nell’agricoltura. Gli investimenti del PNRR nelle infrastrutture fisiche (ad esempio ferrovie) potrebbe rendere nel tempo meno vincolato il trasporto alle quattro ruote e ai rincari del carburante fossile.
Ma l’aspetto più importante che deriva da questo cambiamento è che anche i cittadini comprendano che non è più possibile immaginare che l’intera vita lavorativa di un individuo si svolga nel medesimo ambiente, e facendo più o meno le stesse cose. Se un’azienda, rispetto al prodotto lavorato, non è più competitiva, occorre che lo Stato intervenga per aiutare l’azienda a riconvertirsi. La lezione dell’ultimo conflitto mondiale è stata evidente, ma non proficua: molte aziende meccaniche hanno convertito la propria produzione da civile a bellica, cambiando radicalmente prodotti, a volte. Occorre che lo Stato aiuti le aziende a modificare la propria produzione mantenendo il più possibile la manodopera iniziale o addirittura aumentandola. Se i cittadini rimarranno ancorati al concetto di “lavoro dietro casa”, “alle stesse condizioni” e “per tutta la vita”, temo che sia impossibile recuperare il passo verso un’economia globale che viaggia ad una velocità mille volte superiore al gradi di maturazione del popolo italiano, e dei suoi governi, che ne sono spesso specchio fedele.