LA CONCEZIONE POLITICA

di Giovanni De Sio Cesari

Sciiti ed Iran

In Occidente generalmente identifichiamo semplicisticamente gli sciiti con i seguaci di Khomeini e, in generale, con la repubblica islamica Iraniana,  seguendo in pratica, quello che i sostenitori del regime attualmente al potere in Iran, vogliono fare intendere.  

Si crede allora che la forma di teocrazia che contraddistingue il  sistema  politico iraniano corrisponda, sostanzialmente, alle vedute religiose degli sciiti: ma il problema è molto più complesso, una tale identificazione è oltremodo problematica.

Innanzitutto, va notato che, se pur è vero che l’Iran è l’unica nazione a maggioranza sciita e che da sola costituisce anche la maggioranza degli sciiti, è tuttavia  pure vero che non comprende certo tutti gli sciiti  che sono diffusi un po’ da dappertutto nel mondo islamico. Sono presenti in particolare in Iraq, dove costituiscono  la maggioranza della popolazione, in Libano ,in Yemen , in Siria. In Azerbaigian costituiscono la quasi totalità della popolazione,  in Pakistan costituiscono una importante minoranza.

 In nessuno di questi paesi c’è un regime che segua l’esempio dell’Iran e nemmeno un movimento importante che lo proponga. l’Iran  rimane, quindi,  il solo paese che adotta una costituzione di tipo khomeinista.

 Soprattutto, anche se guardiamo alla storia degli sciiti, non troviamo nessun precedente di ordinamento statale paragonabile a quello dell’attuale Iran.

 Tutto ciò ci dimostra che, in realtà, il regime iraniano è una creazione originale, diciamo anche “almeno”  un’interpretazione originale,  di Khomeini e non una pacifica tradizione religiosa, che, in realtà, non esiste.

Nello stesso  Iran,  una parte del così detto clero non approva  affatto l’ordinamento voluto da Khomeini. La contestazione ha riguardato dapprima  i risultati delle elezioni; ma, man mano, è diventata più generale investendo i fondamenti stessi dell’assetto statale  ed è guidata da esponenti illustri della stessa rivoluzione khomeinista quali Rafsanjani , Moussavi, Khatami e soprattutto dall’autorità morale del  grande ayatollah Montazeri.

Pensare che tali personaggi siano agenti americani  sarebbero  affermazioni assurde che il potere stesso in Iran non osa fare apertamente e che vengono ripetuti in Occidente solo da sprovveduti affetti da cieco anti americanismo.

La costituzione iraniana

Il sistema politico iraniano, dunque, è un unicum nel mondo e anche nella storia ed è stato creato da Khomeini per sostituire quello dello Shah, dichiarato corrotto e soprattutto “empio”, non corrispondente cioè ai dettami religiosi.  In realtà, alla rivoluzione contro lo  Shah parteciparono varie correnti fra cui quelle ispirate al socialismo e al laicismo occidentale ma Khomeini riuscì rapidamente  ad emarginarle finendo con il concentrare tutto il potere nel carisma della sua figura  ed elaborò, quindi, un’originale costituzione  politica, tuttora ancora in vigore.

Dal punto di vista degli organi politici, la costituzione iraniana é simile a  tante altre moderne e  richiama, pressappoco, quella americana : il presidente  della repubblica è eletto a suffragio diretto, nomina i ministri e il suo potere è controbilanciato  da un parlamento eletto, pure esso, a suffragio universale con sistema uninominale.

A questo ordinamento, tuttavia, viene sovrapposto  un  elemento che cambia  profondamente tutto :il  “Velayat-e faqih, ” (tutela del giurisperito) cioè una autorità religiosa che controlla la conformità alle leggi islamiche dell’azione degli organi politici. Questo è il principio  fondamentale originale che rende unico l’ordinamento iraniano, che non trova nessun riscontro  in nessun ordinamento moderno e nemmeno del passato. 

Il Velayat-e faqih è costituito in realtà da una Guida Suprema (Rahbar), coadiuvato da dodici esperti in parte nominati da lui stesso, in parte dal Parlamento.  La nomina della Guida Suprema è fatta da una commissione di 70 esperti, che potrebbero anche  destituirlo.

L’organo è stato a volte paragonato alle  Corti Costituzionali, esistenti con vari nomi nei moderni stati, ma il paragone è fuorviante.

 La Corte giudica solo della costituzionalità delle leggi, senza entrare nel merito dell’azione politica. il potere religioso iraniano giudica innanzi tutto chi può partecipare e chi non può partecipare alle elezioni secondo la maggiore o minore affidabilità religiosa. Entra, soprattutto,  in tutte le decisioni politiche, stabilendo ciò che è islamico e ciò che non lo è: politica estera, alleanze, programma nucleare,  politica interna.

Il sistema costituzionale, in realtà, è ambiguo  perché non sono bene definiti i limiti del potere dell’ autorità religiosa e di quella civile,  ambedue costituzionalmente  previste.

Khomeini aveva in sé un potere assoluto e quando entrò in conflitto con il presidente della repubblica Bani Sadr  questi, benché fosse stato  eletto praticamente quasi all’unanimità, in pochi giorni dovette fuggire  salvando a stento la vita.

Khomeini era il padre della  patria, la vera autorità assoluta che tutto il popolo riconosceva: tutto quello che avveniva, avveniva  per sua volontà: ministri e presidenti erano semplici esecutori dei suoi ordini. Anche la successione fu stabilita, in realtà, da Khomeini. Su sua designazione era stato  scelto il “grande ayatollah” Montazeri  ma quando questi cominciò ad avere posizioni diverse da lui lo fece rimuovere dalla successione e mettere  agli arresti domiciliari. Subito dopo Khomeini indicò  Khamenei, che infatti fu eletto qualche mese dopo la sua morte ed  è tuttora la Guida Suprema.  Khamenei,  però,  non ha certamente il prestigio di Khomeini e deve la sua elezione non ai suoi meriti  ma  soprattutto alla sua accettazione senza riserve delle direttive di Khomeini e trova non pochi oppositori nell’ambito delle stesso clero sciita. Non sappiamo che accadrebbe nel caso che ci fosse conflitto fra i due poteri.

La dottrina politica  sciita

La fazione sciita  nasce nel contrasto alla successione del profeta Maometto .Alla sua morte,  nel 632, furono  designati  in successione  tre califfi (successori) non parenti di Maometto; ma, una parte dei fedeli riteneva che la successione spettasse però ai familiari di sangue di Maometto (Ahl al-Bayt.; la gente della casa), rappresentati da Alī ibn Abi Tālib, cugino a genero del  Profeta, avendone sposata la figlia Fatima e dai loro discendenti. Nel 656 Ali fu effettivamente nominato come quarto califfo ma fu assassinato poco dopo. Il potere  passò allora agli Omeyyadi, governatori della Siria. Uno dei figli di Ali, al-Usayn ,cercò  di rivendicare il potere ma  fu ucciso con 72 seguaci a Kerbela  nel 680: a ricordo di questo episodio si celebra la Ashura.

Seguirono altri discendenti pretendenti alla successione , in tutto dodici “iman” a partire da Ali, l’ultimo dei quali fu Muhammad ibn al-Hasan, detto al-Mahdī (l’inviato) che  non sarebbe morto nell’ 874 ma solo occultato  per tornare sulla terra a instaurare il regno di Dio alla fine di tempi.

Detto così, semplicisticamente, lo scisma si riduce ad una semplice lotta dinastica in cui i perdenti si  rifugiano in un mito; in effetti, però, gli sciiti elaborarono una loro interessante dottrina che, per molti versi, ricorda quella della  “civitas dei” di S. Agostino.

 Essi sostengono che dopo Maometto non è possibile sulla terra una comunità veramente “giusta”,  secondo i dettami della legge di Dio. La morte di al-Husayn. non è semplicemente un episodio di una banale  lotta dinastica ma assume un significato universale e metafisico: è la dimostrazione che il bene non può trionfare su questa terra e al Hausayn, che preferisce morire  con i suoi seguaci invece di arrendersi al male,  è il martire, per eccellenza , la testimonianza della malvagità degli uomini che non permette la società  veramente giusta.  Da qui la dottrina del “nascondimento”: solo alla fine dei tempi al Husayn  tornerà sulla terra per fondare la società veramente giusta. Abbiamo quindi un pessimismo simile a quello cristiano di S. Agostino: nel mondo vi è il male, esso resterà sempre indissolubilmente intrecciato con il bene fino alla fine dei tempi quando il mondo sarà redento dal ritorno di  al Husayn ( in S. Agostino, dal ritorno dl Cristo che separerà il bene dal  male).

In questa cornice dottrinale  la Ashura non è la semplice rievocazione di un fatto storico avvenuto tanti secoli fa, ma è il lutto per il male che è nel mondo, ora come allora, ed in ciascuno di noi.

La penitenza dolorosa con flagellazioni e ferite è l’espiazione del male, la penitenza. Analogamente, nel nostro Venerdì Santo si ricorda non solo la passione di Cristo ma il male che c’è nel mondo che richiama alla penitenza. Nelle tradizioni medioevali, giunte in qualche luogo fino a noi,  vi sono flagellazioni simili a quelle degli sciiti: il battente espia il male che è anche in se stesso, nei propri  peccati.

In questo complesso  ideologico,  lo stato è  necessario per reprimere il male che è nell’uomo ( “remedium carnis”, diceva S. Agostino) ma non può istaurare una società veramente giusta.  Da questo si ricava che il potere civile deve esser distinto da quello religioso. Solo con il ritorno dell’ “iman” al Husayn  i due poteri si congiungeranno  in una unica persona, diletta da Dio.  Gi sciiti quindi, come S. Agostino e anche Lutero, inclinano per l’obbedienza allo stato anche se esso è, per sua natura, imperfetto.

La dottrina di Khomeini

Khomeini però affermò che, anche se lo stato non può essere perfetto, tuttavia è possibile che esso si avvicini al bene e per questo sovrappone al potere politico, che assume una veste democratica moderna, un’autorità religiosa  che dovrebbe giudicare se la sua azione sia o meno conforme alla legge suprema che è quella di Dio.

In questo modo, in realtà, il potere politico viene garantito da un’autorità religiosa e quindi non potrebbe che agire  per il bene, cosa che la dottrina sciita propriamente non ammette. Inevitabilmente il male, che per sua natura è insito nella politica come in tutta la società,  si riverserebbe sull’ autorità degli interpreti della dottrina religiosa.

In termini semplici, se vi è una autorità religiosa che  valuta  e garantisce l’aderenza degli atti del governo alle leggi religiose allora la società iraniana dovrebbe essere una società in cui regna la giustizia di Dio; ma, questo non è possibile per la concezione sciita della società  e, d’altra parte, nessuno può pensare che l’Iran, nei fatti, sia una società perfetta ma il male in Iran non può essere ascritto alle leggi divine e ai suoi interpreti .

La concezione di Khomeini confligge  quindi con quella tradizionale degli sciiti, nè bisogna  pensare che, Khomeini potesse vantare una propria investitura religiosa paragonabile, per fare un esempio, a quella del papa cattolico; infatti, generalmente, si parla di clero sciita tuttavia il termine è improprio e fuorviante.

Presso l’islam non esiste la funzione sacerdotale e quindi nemmeno il clero: nessun tramite è ammesso fra Dio e l’uomo.  Non esiste, di conseguenza,  nell’islam qualcosa di simile alle gerarchie della Chiesa Cattolica che pretende di esser stata istituita direttamente da Dio. Non esiste un pontefice che si dichiari vicario di Dio in terra e venga ritenuto da lui ispirato.  Quello che noi definiamo comunemente “clero sciita”  invece sono gli “esperti” della  sharia, della legge di Dio. Questa, infatti, è molto complessa, ha un suo ordine di fonti e difficoltà d’interpretazione, un sistema di leggi molto elaborato nel  quale non è facile destreggiarsi né trovare soluzioni. Esistono allora gli “esperti” che conoscono un’immensa mole di fonti e di commenti, come un nostro giurista, e danno  le risposte ai quesiti dei fedeli: le famose fatwe.  Nessuno pretende di essere inspirato da Dio, di essere infallibile, e nella realtà le fatwe divergono spesso radicalmente ,secondo l’indirizzo seguito  dall’esperto.  

In questo quadro, Khomeini non è paragonabile al papa cattolico che pretende  di rappresentare tutta la chiesa di cui è ritenuto capo e depositario della verità. Khomeini può avere un grande prestigio personale in un certo momento storico ma vi sono tanti  altri ayatollah  che possono avere altrettanto credito o  possono averlo nel futuro.

Motivazioni storiche hanno fatto si che, a un certo punto, Khomeini sia stato sentito come l’autorità suprema, l’unico interprete  degli sciiti; ma, questo fatto accettato dal popolo iraniano del suo tempo è un dato di fatto  e non un dato dottrinale.  Khomeini non è il Madhi, non è l’inviato di Dio, non può parlare in suo nome più che ogni altro esperto, non può  pretendere  alcuna illuminazione divina. Può  sbagliare come tutti , come egli stesso  ammetteva.

L’opposizione degli Ayatollah

Alla morte di Khomeini fu eletto, su sua designazione, Khamenei il cui merito principale era la sua fedeltà ma egli non ha certo l’ autorità e il carisma di Khomeini ; quindi, una parte consistente  degli ayatollah è tutto altro che disposta ad accettare la sua autorità: non esiste un “papa” degli sciiti  che abbia una autorità istituzionale, come abbiamo rilevato.

In particolare Montazeri, erede designato e poi escluso da Khomeini,  pur senza entrare direttamente in politica, ha sempre svolto una critica radicale all’attuale politica della repubblica iraniana .

Montazeri fu imprigionato ai tempi dello Shah, poi ha partecipato attivamente  alla fondazione della repubblica islamica in Iran, coadiuvando Khomeini tanto da essere designato quale suo successore. Le sue idee però, ad un certo punto, cominciarono a divergere proprio su un punto fondamentale: il ruolo degli esperti islamici e della Guida Suprema. Montazeri era contrario al fatto che questi assumessero un ruolo propriamente politico ma dovevano limitarsi a indicare se una legge non fosse contro i principi dell’Islam, solo in senso stretto, senza allargare il campo e investire tutte le scelte politiche. In seguito poi ebbe posizioni critiche verso atti concreti del governo iraniano, invocò una politica  meno repressiva, una maggiore libertà interna anche per i non mussulmani,  disapprovò anche la Fatwa che condannava  a morte Salman Rushdie. Per questo ultimo fatto fu arrestato e perse la successione. Morto poco dopo Khomeini, egli restò agli arresti domiciliari finché poi la pressione di molti Ayatollah  costrinse Khamenei a rilasciarlo.

In seguito egli  ha criticato  anche altri punti della politica iraniana: il tentativo di esportare la rivoluzione con la forza,  la questione nucleare, anche la presa di ostaggi americani è stata da lui considerata un errore.

Insomma, Montazeri rappresenta un islam sciita moderato, disposto ad accettare la modernità, che abbia buoni rapporti con il resto del mondo. occidentali inclusi.

La posizione di Montazeri non è affatto nuova, essa si ricollega a quella di Ali Shariati il più importante teorico del fondamentalismo islamico di carattere sciita la cui morte prematura, avvenuta in esilio, diede in effetti spazio a Khomeini.

Shariati, uomo di vasta cultura non solo islamica ma anche occidentale, studiò a Parigi dove incontrò le correnti marxiste e più genericamente di sinistra più vive del dopoguerra. Egli tradusse in lingua iraniana classici del pensiero della sinistra come Sartre e anche il Che Guevara. Fu conquistato dall’ ideologia rivoluzionaria e utopistica della sinistra occidentale con i suoi ideali di giustizia sociale, di società non alienante senza sfruttati e sfruttatori.

Accetta quindi la tradizionale critica della sinistra occidentale del capitalismo e questo spiega come nel primo periodo la Rivoluzione Iraniana fu vista sia in Europa che in Iran come una rivoluzione di sinistra, sia pure in chiave islamica.

In effetti se Shariati condivide la critica marxista alla società borghese egli tuttavia cerca la soluzione nei tempi di al  Husayn, la morte del quale viene interpretata non come una sconfitta militare ma come una testimonianza (shahada), un martirio volontario. 

Shariati addita il suo esempio ai suoi connazionali contemporanei. Come allora l’islam era guidato da chi usurpava il potere e pertanto era afflitto dalla corruzione, dalla ingiustizia, della disuguaglianza, anche ora il governo illegittimo dello Shah porta agli stessi mali. Bisogna quindi seguire l’esempio dell’iman della sua famiglia.

In questo modo egli fa balenare di fronte alle masse povere dell’Iran un via di riscatto, di promozione che non viene più dai modelli occidentali, che d’altra parte erano falliti, ma dalla stessa tradizione islamica sciita. In questo modo le esigenze di giustizia sociale e il disgusto della corruzione si legano alla fede religiosa e alla tradizione nazionale: è questo connubio strettissimo che spiega in massima parte il successo clamoroso e imprevisto della rivoluzione iraniana, che poi ha preso la strada ben diversa di Khomeini.

CONCLUSIONE

 In realtà, la rivoluzione islamica di Khomeini è sostanzialmente fallita.
 La teocrazia si è mantenuta per 40 anni nel paese ma non si è diffusa nel mondo islamico (e tanto meno altrove). L’ideale di governi teocratici è perseguito ormai solo da correnti estremiste e fanatiche come quelle che si ispirano ad al Qaeda e che l’Iran stesso respinge e combatte.

 Anche nel vicino Iraq, a maggioranza sciita, la teocrazia non ha avuto successo. Otto anni di terribile ed inutile guerra non convinsero gli sciiti a ribellarsi a Saddam e attualmente essi, con l’Ayatollah Sistani accettano un governo laico contro i fanatici radicali, forti in area sunnita, e  anche i più radicali sciiti si sono rassegnati .
 In un mondo fortemente globalizzato nella comunicazione é difficile isolarsi dal resto del mondo,  le idee circolano comunque. Il sistema comunista ad esempio è crollato non per rivoluzioni o difficoltà interne vere e proprie ma perché quei popoli, dopo decenni di isolamento, cominciarono a confrontarsi con i popoli dell’Occidente europeo e allora i miti del comunismo andarono definitivamente in pezzi.

Non è un caso che i seguaci del cambiamento in Iran siano gli studenti,le città, i ceti borghesi. Sono essi quelli che hanno accesso ad internet, che possono vedere il resto del mondo mentre i radicali sono soprattutto nella parte più povera, nelle campagne.
 L’Iran da 40 anni mobilita le coscienze religiose, il forte sentimento nazionale contro un’asserita congiura internazionale di tutto il mondo contro la Rivoluzione islamica, con l’America “grande satana” che mobilita i “piccoli satana” del mondo islamico contro l’islam, in particolare sciita.

l’iraniano ,tuttavia, che con internet segue un poco la stampa di tutto il mondo, non solo quella occidentale ma anche quella indiana, cinese, russa, e anche quella araba come al Jazeera, non ritrova affatto nel mondo una volontà nemica.
Per i basiji tutto il mondo congiura contro la rivoluzione Khomeinista, perché tutto il mondo ne ha paura, perché essa è il bene contro il male, la luce contro le tenebre, la verità contro la menzogna; ma nel mondo la conoscenza dell’Iran sciita è molto modesta, spesso gli stessi giornalisti mostrano scarsa informazione e soprattutto scarsa comprensione.

Il mondo non è in lotta con l’Iran, in massima parte lo ignora proprio.
Per il mondo la rivoluzione islamica dell’Iran non è la pietra di paragone ma solo un incomprensibile fanatismo, un’ espressione di arretratezza, un pericolo da eliminare se riesce a dotarsi di armi nucleari .