di Giuseppe Ardizzone

“L’impossibilità di essere normale (Getting Straight)”( 1970)  è uno dei film più interessanti realizzati sul tema  della contestazione studentesca della fine degli anni sessanta negli USA. Un movimento che aveva profondamente segnato intere generazioni di giovani e messo in discussione il classico “ way of life” americano.

Quando Richard Rush produce e dirige  il film , il cui soggetto è tratto da un romanzo di Ken Kolb, aveva quarantuno anni e  tanti avvenimenti erano ormai trascorsi da quel lontano 1962  in cui era stata scritta da Tom Hayden  “ La Dichiarazione  di Port Huron”, manifesto politico  della convention nazionale  della  SDS ( Movimento attivista  studentesco), che può considerarsi la prima grande compiuta espressione del  disagio politico e civile dei giovani americani di quegli anni.

Successivamente, nel 1964 ,all’università di Berkeley in Caifornia,  Mario Savio aveva guidato il Movimento  per la libertà di Parola (Free Speech Movement) che aveva assunto una vera dimensione di massa.

Artisti come Bob Dylan , Joan Baez, Grateful Dead, Jefferson Airplane e tanti altri ancora  suonavano la colonna sonora dei movimenti per i diritti civili , di quello Hippy, del movimento studentesco e delle manifestazioni pacifiste di quegli anni e a San Francisco l’estate del 1967 si erano raccolti migliaia di giovani  in quella che fu chiamata  “ The summer love”.

L’esplosione di questo movimento  subì tuttavia dei forti contraccolpi a causa della repressione dei poteri istituzionali e di larga parte della classe media .

Per molti giovani si poneva il problema di una gestione del proprio futuro , della ricerca del lavoro e dell’inserimento sociale , di scegliere come vivere la propria affettività  ed i rapporti familiari . Fu un periodo molto complesso e questo film, in qualche modo, cerca di rappresentare i problemi vissuti da molti di quei ragazzi nella propria dimensione personale.

Quelli  che cercarono  di evitare di essere mandati a combattere in Vietnam , chi si dibatteva nel dubbio fra il modello classico femminile della brava moglie e madre e quello di seguire i propri reali sentimenti nei confronti di un uomo forse  instabile e non proprio affidabile ma più sincero ed autentico,  le persone di colore costrette all’emarginazione sociale e tante, tante altre persone che vivevano situazioni insoddisfacenti  e conflittuali

Il nostro protagonista  Harry Bailey ( Elliott Gould) aveva vissuto intensamente la contestazione studentesca ma oggi aveva un problema economico impellente  di sopravvivenza  che lo portava a cercare  di dare uno sbocco agli studi universitari concludendoli e  provando a trovare un lavoro da insegnante .

Il suo tentativo  , tuttavia, fallirà.

Il film impietosamente, nel suo svolgimento,  condannerà definitivamente la società americana , la cecità strategica della sua classe dirigente universitaria , incapace di comprendere le tensioni reali presenti nel mondo studentesco  e di accettare la sfida intellettuale , civile e culturale che esse ponevano.

Per i protagonisti diventava chiaro che l’unica realtà che avevano davanti era quella di continuare la propria lotta di contestazione ed il proprio impegno per la trasformazione della società visto che vi era “ L’impossibilità di essere normale”.

A distanza di anni, rivedere questo film è un’esperienza utile ed interessante sia per chi ha vissuto quelle esperienze, sia per i più giovani che ne hanno solo sentito parlare. Magari, potrebbero ritrovare,  simili a quelli vissuti dai protagonisti del film , molti motivi attuali d’insoddisfazione presenti nella loro vita.

Elliot Gould  , che già avevamo applaudito per la sua interpretazione in “ M*A*S*H” di Robert Altman, veste con grande partecipazione i panni di Harry Bailey e molto bella è anche l’interpretazione di Candice Bergen nel ruolo di Jan. Una nota personale di apprezzamento anche  per  Robert F. Lyons (Nick).