di Claudio Bazzocchi

È TORNATO IL SOCIALISMO DEGLI IMBECILLI
Un secolo e mezzo fa così August Bebel definì l’antisemitismo. E a cavallo dei due secoli, fino all’avvento di fascismo e nazismo, socialisti e sindacalisti rivoluzionari di varia estrazione esercitarono la loro imbecillità in una retorica che profusero in varie riviste, gazzette e opuscoli più o meno socialisti che sempre più strizzavano l’occhio e cercavano collaborazione di vario tipo con le destre antisemite in nome del comune tratto anticapitalista e anticosmopolita.

Gli ebrei divennero il simbolo dei poteri forti, dei banchieri installatisi in qualche consesso internazionale che complottava per rapinare le ricchezze delle nazioni e dei loro lavoratori, del cosompolitismo, dei poteri sovranazionali, dell’internazionalismo socialista e comunista nemico delle nazioni, del pensiero che si esercitava sui grandi valori universali che erano originati dall’Illuminismo prima e dal marxismo poi.

Oggi, cento-centocinquant’anno dopo, siamo in presenza di retoriche sedicenti di sinistra che, in realtà, ricalcano stereotipi di destra contro i poteri forti, le banche, le istituzioni sovranazionali e gli intellettuali in genere, accusati di essere contro il popolo. In nome di quel popolo si chiede di tornare nostalgicamente al mondo dei trent’anni gloriosi – rifiutato a suo tempo dagli stessi lavoratori – come se il problema non fosse la liberazione del lavoro ma un lavoro garantito dallo Stato e da padroni che, chissà perché, erano fra gli anni cinquanta e Settanta tutti buoni e interessati al benessere della nazione. Si chiede il controllo statale dell’economia senza alcuna attenzione alla teoria democratica, cioè senza chiedersi chi controllerebbe l’economia, chi deciderebbe quali bisogni dovrebbero essere soddisfatti dalla produzione e in che modo si dovrebbe produrre (la questione ambientale) in assenza di grandi partiti politici e di un movimento operaio ancora assillato dalla liberazione del lavoro (senza contare che manca anche quello che propende per la redistribuzione, dal momento che un movimento operaio non esiste più). Si attaccano pesantemente Unione Europea e agenzie dell’Onu (basti pensare agli attacchi ricevuti dall’OMS) con toni e retoriche che assomigliano a quelli contro la Società delle Nazioni a suo tempo. Si mettono alla berlina le classi medio-alte colte che guardano a sinistra dichiarando di non voler avere a che fare con esponenti di una molle, viziata e inconsistente cultura cosmopolita staccata dai bisogni del popolo.

In tutto questo manca al momento il riferimento agli ebrei, anche se retorica e argomenti sono quelli tipici del socialismo degli imbecilli. Qualche campanello d’allarme però si avverte. Nella polemica sovranista di sinistra contro l’immigrazione, che viene significativamente definita lavoro importato come se ci fosse una sorta di complotto dei poteri forti per indebolire i lavoratori della nazione, è possibile sentire il nome di Soros come importatore di lavoro a basso costo con la complicità delle ONG (esponenti di quel tessuto intermedio nella società che si vuole estirpare in nome di organicismi che vengono fatti passare per sinistra socialdemocratica che non ha bisogno di alcun tipo di umanitarismo). Ecco che un primo accenno di socialismo degli imbecilli, con tanto di esponenti ebrei nominati, si può ascoltare.

Questo è l’assillo mio di questi ultimi due anni, da quando il sovranismo ha fatto breccia in Italia anche a sinistra, anche in modo inconsapevole, anche in chi non pensa nemmeno lontanamente di definirsi sovranista. Questo ovviamente non significa che in Europa il confronto e la ricerca di una compenetrazione fra Illuminismo e culture romantiche non debbano più essere tentati a tutto vantaggio del solo Illuminismo. Significa però che le parole e le retoriche sono importanti e che bisogna fare attenzione a come si usano. Significa che la sinistra senza assillo per la liberazione del lavoro e senza teoria democratica e della mediazione non è più sinistra e non sarà mai più movimento operaio.