di Arturo Hermann

Come sappiamo, e se ne parla molto in questo periodo, le disuguaglianze economiche sono molto aumentate negli ultimi anni, con pochi grandi gruppi ed individui che possiedono e controllano gran parte del reddito e della ricchezza mondiali.

Quali possono essere i motivi economici, che si intrecciano, come notava ad esempio Pareto, con un bisogno intrinseco — sarebbe interessante capire se “normale” o “nevrotico” — di disuguaglianza?

(I)Un primo gruppo di motivi è relativo al potere contrattuale, derivante in gran parte dalla presenza di economie di scala nella produzione e nell’organizzazione, che comporta un vantaggio in termini di costi, di efficienza e “di influenza” della grande dimensione. Ciò comporta un notevole potere sia nel mercato del lavoro che in quello dei prodotti, che è alla base del tasso di profitto in eccesso sulla “remunerazione normale dei fattori” della concorrenza perfetta (che non esiste quasi mai).Vi è quindi profitto nel senso indicato proprio a causa dell’imperfezione dei mercati, e vi è un ampio dibattito sul se e quanto questo profitto costituisce un necessario incentivo per lo sviluppo del sistema.

(II) Il primo gruppo di motivi — sintetizzabili nel problema bassi salari reali ed alti prezzi — per quanto rilevante per molti aspetti della vita reale, costituisce tutto sommato una componente modesta delle disuguaglianze richiamate. In questo senso, il fattore centrale che veramente determina ed amplifica tali disuguaglianze (dove veramente “si fanno i soldi”) è costituito dalle rendite collegate al sistema finanziario. Questo fenomeno è sempre esistito, ma in passato era maggiormente collegato al sistema produttivo. Ora, per vari motivi, ma principalmente a causa della cronica insufficienza della domanda effettiva rispetto all’offerta di piena occupazione (comunque definita), la finanza tende sempre più a diventare auto-referenziale (aggravando così il problema della domanda effettiva): si emettono obbligazioni non per finanziare nuovi investimenti ma per acquistare altre obbligazioni e/o debito pubblico, dando così a luogo ad un castello di sabbia pari ad almeno 7 volte il PIL mondiale. Può essere interessante chiedersi quali sono i fattori che alimentano questo processo: ve ne sono due principali, e sono gli alti tassi di interesse reale e la creazione di debito pubblico per finanziare i disavanzi di bilancio. Gli elevati tassi di interesse reale hanno un effetto quanto mai negativo sul sistema economico in quanto riducono la cd efficienza marginale del capitale, ossia il differenziale tra tassi di profitto e tasso di interesse, scoraggiando così gli investimenti produttivi (e incrementando l’incentivo per le imprese a “buttarsi in finanza). E questo effetto è rinforzato da un aumento del costo del denaro. Inoltre, gli elevati tassi di interesse hanno enormemente contribuito alla concentrazione del capitale degli ultimi decenni: sia perché solo le imprese più grandi possono proficuamente “buttarsi in finanza”, sia perché solo tali imprese possono permettersi di pagare elevati tassi di interesse sul denaro preso a prestito. Se a ciò aggiungiamo il fenomeno del “razionamento del credito” che determina tassi di interesse più elevati per le piccole e medie imprese, il quadro è completo. L’altro importante fenomeno che alimenta le rendite finanziarie è costituito dal debito pubblico, che aumenta tanto più sono elevati i tassi di interesse reale ed i disavanzi di bilancio. Il problema del debito non sta nella difficoltà (o impossibilità) di restituzione: questo lo si sa bene e non importa a nessuno. Il vero problema (ed il vero affare) del debito pubblico risiede nell’enorme ammontare destinato al pagamento degli interessi, pari in media, per i principali Paesi, ad almeno il 5%-6% del PIL. Una somma immensa, che sottrae in ogni momento risorse dalla spesa pubblica per obiettivi di pubblica utilità, in favore delle rendite. In questo senso, quindi, nel sistema attuale i disavanzi di bilancio, anche se preferibili alle classiche politiche di austerità, hanno il grosso svantaggio di alimentare le rendite e le disuguaglianze (ricordiamo che gran parte del debito pubblico è in mano a grandi gruppi). Disuguaglianze che, come evidenziato da molte analisi, deprimono la domanda effettiva e costituiscono quindi un grave ostacolo per lo sviluppo economico.

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Cosa è possibile fare per ridurre le disuguaglianze e riavviare lo sviluppo?

Oltre a realizzare un più equilibrato potere di mercato tra imprese e lavoratori, e tra imprese e consumatori – ed oltre a necessari interventi nella cultura, nella ricerca e nell’istruzione, che dovrebbero essere sempre più “democratizzate” – tre semplici misure ridurrebbero drasticamente le disuguaglianze economiche e riavvierebbero lo sviluppo:

(i) Tassi di interesse reale permanentemente bassi (massimo 1%-2%);

(ii) drastica riduzione dei disavanzi di bilancio, razionalizzando la spesa, ed aumentando la tassazione per i redditi più elevati e le rendite; in questo senso, come evidenziato dal cd “Teorema di Haavelmo”, anche un bilancio in pareggio ha effetti espansivi;

(iii) una riforma complessiva del sistema bancario e finanziario che lo orienti di meno alla ricerca di rendite e di più al sostegno effettivo delle realtà produttive e sociali, in particolare delle piccole e medie imprese;

(iv) in tale ambito, istituire regole precise per l’emissione di obbligazioni ed altri titoli derivati: ad esempio prevedendo che non possano superare una certa proporzione del capitale proprio (ad oggi tale proporzione è molto alta, quindi con garanzie reali bassissime per il piccolo risparmiatore), e che siano legati a precisi progetti di investimento.