Può essere interessante svolgere qualche altra osservazione sul “socialismo del partito unico” e sul “socialismo democratico”.

Nel primo sistema, “l’avanguardia proletaria” organizzata in élite di partito, porta il proletariato alla rivoluzione, instaura la “dittatura del proletariato” e poi governa la fase di transizione al “comunismo completo”. A questo scopo, tutti i gruppi sociali, inclusa la “base operaia” devono essere subordinati alla direzione del partito. Nelle parole di Stalin,

“Il partito deve porsi alla testa della classe operaia, deve vedere più lontano della classe operaia, deve condurre dietro a sé il proletariato e non trascinarsi alla coda del movimento spontaneo….soltanto un tale partito è in grado di distogliere la classe operaia dal tradunionismo e di trasformarla in forza politica indipendente….il partito è il capo politico della classe operaia…la distinzione tra l’avanguardia e la restante massa della classe operaia, fra i membri del partito e i senza partito, non può scomparire fino a che non saranno scomparse le classi, fino a che il proletariato si accrescerà di elementi provenienti da altre classi, fino a che la classe operaia, nel suo insieme, sarà privata della possibilità di elevarsi al livello del reparto di avanguardia.”, Stalin, Principi del Leninismo, in A.Salsano (a cura di), Antologia del Pensiero Socialista, vol.IV, pp.718, 719. 

Questa concezione era largamente condivisa ─ nella scia dell’entusiasmo rivoluzionario e con varie sfumature ─ dai principali esponenti del partito (Bucharin, Kamenev, Trotsky, Zinovev) e, con le importanti qualificazioni ricordate nella nota precedente, anche da Lenin. 

Tale concezione, se può essere adatta per un periodo rivoluzionario e per un “comunismo di guerra”, conduce, se attuata in modo sistematico, non ad una dittatura del proletariato, ma ad una dittatura permanente sul proletariato. I leader del partito, infatti, anche se in parte provenienti da un’avanguardia proletaria, si sono “imborghesiti” e sono dediti ad accrescere potere e privilegi. I seguenti passi di Christian G.Rakovskij ben esprimono questi aspetti,

“Gli elementi semi-vagabondi sono [nella nuova situazione] lungi dall’essere soddisfatti…li si sente a volte parlare dei vertici della classe operaia come della «nuova nobiltà»….la funzione [a dieci anni dalla rivoluzione di ottobre) ha modificato l’organo stesso; cioè la psicologia di coloro i quali sono incaricati dei diversi compiti di direzione nell’amministrazione e nell’economia dello stato è cambiata a tal punto che non solo oggettivamente ma anche soggettivamente, non solo materialmente ma anche moralmente, essi hanno cessato di far parte di quella classe….[nel partito comunista]….l’antitesi esistente con la democrazia borghese è indicata chiaramente; ma non si dice una sola parola per spiegare cosa il partito dovrebbe fare concretamente per realizzare questa democrazia proletaria. «Attirare le masse e farle partecipare alla costruzione», «rieducare la propria natura», sono affermazioni vere dal punto di vista della storia e note da tempo; ma si riducono a banalità se non si introduce l’esperienza accumulata nel corso di dieci anni di dittatura del proletariato. Il fatto che a questo punto si pone la questione dei metodi di direzione, che svolgono un ruolo così importante. Ma i nostri leader non amano parlarne, per paura che non diventi evidenti che essi stessi sono ancora lungi dall’aver «rieducato la propria natura.», G.R.Rakovskij, “I «pericoli professionali» del potere”, in A.Salsano (a cura di), Antologia del Pensiero Socialista, vol.IV, pp.728, 729.     

In una situazione di questo tipo, di dittatura sistematica di una burocrazia di partito sul proletariato, ogni tentativo di arrivare alla “società senza classi” auspicata da Marx, Engels e Lenin sarà sistematicamente ostacolato. Chiaramente ciò non significa che non vi sia stato progresso in assoluto, ma i limiti richiamati hanno posto un freno formidabile all’effettiva emancipazione del proletariato e delle altre classi disagiate. Se, infatti, il proletariato, anche attraverso l’accesso alla cultura, cresce e si autonomizza, ciò tende a minare la fonte del potere della classe dominante.

In questo senso, vi è una profonda ambivalenza delle classi dominanti e degli intellettuali nei confronti del proletariato e delle classi disagiate, che ricorda gli aspetti nevrotici del rapporto genitori-figli. Infatti, come emerge dai passi riportati e da tanti altri, i proletari-bambini devono essere educati e seguire senza riserve le direttive dei papà-dirigenti del partito. Questi ultimi sono “i depositari della verità” e sanno senz’altro, nel loro paternalismo, cosa è buono e giusto per il proletariato.

Si determina così una situazione paradossale: mentre si proclama che tutto è fatto in funzione dell’elevazione del proletariato, ogni concreto miglioramento in tal senso ─ specie se proveniente da iniziative autonome ─ viene considerato come logica corporativa. Se, ad esempio, grazie all’azione sindacale, gli operai ottengono un aumento di salario, ciò sarà considerato come un affronto di tipo edipico (prendere il posto del padre per conquistare la mamma), susciterà così invidia e rivalità, e si dirà quindi che gli operai si sono “imborghesiti”.

Quale soluzione? Ricordando che (i) non esistono formule magiche, (ii) l’essere umano è lontano dalla santità e dalla perfezione, e che quindi ─ finché non migliorerà la sua personalità superando i conflitti nevrotici ─ esprimerà in modo complesso e contraddittorio interessi corporativi e generali; ricordando tutto ciò, una soluzione promettente sembra essere il “socialismo delle gilde”.

Questo sistema è stato elaborato da George Douglas Howard Cole, Sidney e Beatrice Webb, Otto Bauer e da altri esponenti del socialismo Fabiano e Austriaco. L’idea di fondo è che, in una società complessa, è del tutto normale che, ad esempio, gli addetti al settore alberghiero, attribuiscano una speciale importanza al loro settore e chiedano quindi politiche favorevoli in questo senso. Ovviamente il settore alberghiero (e tutti gli altri, ovviamente) riveste anche un interesse generale, ma solo un aperto confronto può portare ad una soluzione democratica e condivisa. Reprimere, come accade nel sistema del partito unico, l’interesse particolare in nome del “superiore interesse generale”, non condurrà alla prevalenza di quest’ultimo, ma alla prevalenza degli interessi particolari e delle lotte di potere che si nascondono dietro la facciata “dell’interesse generale”.

La soluzione proposta dal socialismo delle gilde è che la gestione dei vari settori produttivi sia affidata alle persone che vi lavorano, e che siano formati vari comitati ─ di impresa, di settore, intersettoriali ─ per un confronto sistematico sulle varie tematiche gestionali. Su tale base, saranno poi formulate, in un processo di programmazione democratica, le politiche centrali afferenti ai vari settori e all’economia in generale. Chiaramente, specie agli inizi, una soluzione di questo tipo non farà miracoli, vi saranno conflitti, lotte di potere, ritardi ed indecisioni. Considerando però che la scorciatoia autoritaria aggrava il problema, l’unica strada realistica sembra migliorare i processi partecipativi e di valutazione sociale. Ossia, rendere espliciti gli interessi, i valori ed i conflitti che informano le varie opzioni di politica economica. In questo percorso, la diffusione degli strumenti della cultura (inclusa quella psicologica e psicoanalitica) presso tutte le classi può contribuire a realizzare quel cambiamento psicologico di cui parlava Hilferding come condizione necessaria per il cammino verso il socialismo. Ossia un percorso che, nel progressivo superamento delle disuguaglianze e delle classi sociali, renderà possibile una piena realizzazione dei bisogni e delle potenzialità delle persone nel contesto di riferimento.